di Marco Mizzau * –Nel 2024–2025, con l’accelerazione dell’intelligenza artificiale generativa, dei large language models, degli investimenti in semiconduttori avanzati e nella costruzione di nuovi data center strategici, la trasformazione tecnologica globale è entrata in una fase operativa. La convergenza tra AI, biotecnologie e infrastrutture digitali non è più una prospettiva teorica: è diventata un elemento centrale della competizione globale e della sicurezza nazionale.L’era transumanista non è un fenomeno culturale marginale né una semplice estensione del progresso tecnologico. È la manifestazione sistemica di un nuovo ordine digitale in cui intelligenza artificiale, biologia sintetica, neuroscienze computazionali e infrastrutture computazionali ridefiniscono potere, sovranità tecnologica e capitale umano.Il transumanesimo diventa rilevante in termini di policy non perché prometta l’“uomo potenziato”, ma perché introduce una competizione strutturale tra Stati e attori privati per il controllo delle tecnologie che modificano cognizione, biologia e identità. La questione non è filosofica: è geopolitica.Il nodo centrale non è se l’umanità verrà trasformata, ma chi controllerà l’infrastruttura della trasformazione e gli standard della governance digitale che la regoleranno. Per i cittadini, questa trasformazione implica nuove opportunità economiche e scientifiche, ma anche interrogativi concreti su lavoro, privacy, accesso alle tecnologie di potenziamento umano, disuguaglianze e protezione dei dati biometrici e genetici.La convergenza NBIC, cioè nano, bio, info, cogno, sta accelerando l’integrazione tra intelligenza artificiale, ingegneria genetica, robotica autonoma, neuroscienze e biologia sintetica. Questa convergenza produce tre effetti strutturali.In primo luogo, si assiste alla digitalizzazione del corpo: il corpo umano diventa dato nelle sue dimensioni genetiche, biometriche e neurali. In secondo luogo, l’intelligenza artificiale rende la cognizione modellabile e programmabile, introducendo la possibilità di intervenire sui processi cognitivi come su un’infrastruttura tecnica. In terzo luogo, il potenziamento umano entra nella logica della sicurezza nazionale e della competizione strategica, configurando un vero e proprio dilemma della sicurezza tecnologica: se un attore accelera nell’augmentation, gli altri sono strutturalmente spinti a seguirlo.La vera domanda non è se l’AI potrà potenziare l’essere umano, ma se gli Stati sapranno governare questa trasformazione senza perdere sovranità tecnologica.Negli Stati Uniti prevale un modello orientato all’innovazione privata e alla leadership tecnologica, in cui Silicon Valley e complesso militare-tecnologico convergono. L’integrazione tra venture capital, AI e difesa alimenta un ecosistema in cui intelligenza artificiale generativa, semiconduttori e ricerca avanzata rappresentano asset strategici.La Cina adotta un modello coordinato centralmente, in cui il potenziamento tecnologico è integrato in una strategia di sviluppo nazionale di lungo periodo. L’intelligenza artificiale, la bioingegneria e le infrastrutture digitali sono strumenti di modernizzazione sistemica e di rafforzamento della sicurezza economica e tecnologica.L’Unione Europea mantiene un approccio fondato su valori costituzionali, tutela dei diritti fondamentali e principio di precauzione. Tuttavia, la dipendenza da infrastrutture cloud extra-UE, da semiconduttori non prodotti internamente e da piattaforme digitali esterne pone una questione strutturale di sovranità digitale.La Russia investe selettivamente in AI e difesa tecnologica, privilegiando capacità asimmetriche e applicazioni militari.Israele rappresenta un caso peculiare nella competizione tecnologica globale. Pur avendo dimensioni territoriali e demografiche limitate, ha sviluppato un ecosistema deep tech ad alta intensità innovativa, fortemente integrato tra intelligenza artificiale, cybersecurity, biotecnologie e settore della difesa. La sinergia tra ricerca universitaria, startup, investimenti internazionali e sicurezza nazionale ha favorito la nascita di tecnologie dual use, applicabili sia in ambito civile sia in ambito militare.In particolare, l’AI applicata alla sicurezza, alla medicina digitale e alla protezione delle infrastrutture critiche ha consolidato il ruolo di Israele come nodo tecnologico strategico nel Medio Oriente e partner rilevante nei circuiti occidentali dell’innovazione. In questo contesto, la sovranità tecnologica viene perseguita attraverso rapidità decisionale, trasferimento tecnologico e forte integrazione tra settore pubblico e privato.La competizione tra questi attori non è ideologica ma infrastrutturale: riguarda il controllo del compute, dei dati e degli standard tecnologici. Nel nuovo ordine digitale, la sovranità non si misura soltanto in termini territoriali, ma nella capacità di controllare infrastrutture tecnologiche critiche.Ciò implica dominio sulla capacità di calcolo avanzata, accesso ai semiconduttori strategici, controllo dei foundation models, gestione di database genetici e biometrici, protezione dei dati sensibili e influenza sugli standard globali di intelligenza artificiale.Chi controlla questi colli di bottiglia controlla le traiettorie del potenziamento umano e della governance digitale. Le economie prive di sovranità tecnologica rischiano una dipendenza strutturale, utilizzando tecnologie progettate altrove e integrate in architetture normative esterne.L’era transumanista è altamente capital-intensive. I flussi di capitale si stanno concentrando su intelligenza artificiale generativa, prospettive di AGI, biotecnologie per la longevità, interfacce cervello-computer, robotica autonoma e AI applicata alla difesa.Si osservano tre tendenze strutturali: una crescente concentrazione di valore nelle infrastrutture digitali e nei grandi operatori tecnologici; la finanziarizzazione del dato biologico, che assume natura di asset strategico; il rischio di polarizzazione del capitale umano tra popolazioni con accesso a tecnologie di potenziamento e popolazioni escluse.Nel medio-lungo termine la produttività economica potrebbe divergere in funzione dell’accesso a tecnologie di potenziamento cognitivo e biologico, generando nuove fratture sociali. L’accelerazione tecnologica può generare una corsa agli armamenti tecnologici tra blocchi geopolitici. Parallelamente, l’accesso diseguale alle tecnologie di potenziamento umano rischia di erodere la coesione sociale.In assenza di una piena sovranità digitale europea, potrebbe consolidarsi una dipendenza strutturale da attori extra-UE. Esiste inoltre il rischio che le traiettorie evolutive umane vengano progressivamente privatizzate e concentrate in pochi attori globali. In un contesto di forte accelerazione, la regolazione rischia di risultare inefficace se non accompagnata da adeguata capacità industriale e investimento strategico.L’Unione Europea dispone di asset significativi: leadership regolatoria globale, tradizione bioetica solida ed eccellenza scientifica. Tuttavia, presenta alcune debolezze strutturali legate alla frammentazione decisionale, alla limitata capacità di scale-up industriale e alla dipendenza da semiconduttori e infrastrutture cloud extraeuropee.La scelta strategica cruciale è tra restare prevalentemente regolatore o sviluppare una piena sovranità tecnologica industriale.L’Italia possiede asset latenti rilevanti: eccellenza biomedicale, posizionamento strategico nel Mediterraneo, settore difesa avanzato e alto potenziale come hub energetico per data center e infrastrutture AI.Permangono tuttavia margini di miglioramento nella tempestività e nel coordinamento dei processi decisionali, così come nella capacità di capitalizzazione degli ecosistemi deep tech.È necessario investire nella costruzione di una reale sovranità computazionale europea, rafforzando la capacità di calcolo avanzata e l’autonomia nella produzione di semiconduttori strategici. Occorre sviluppare una strategia integrata tra intelligenza artificiale e biotecnologie, favorendo ecosistemi NBIC convergenti con coordinamento pubblico-privato.La regolazione etica deve trasformarsi in leva industriale e vantaggio competitivo. I dati genetici e biometrici devono essere trattati come infrastruttura strategica critica. Sarebbe opportuna la creazione di un fondo europeo dedicato alle tecnologie di potenziamento umano e AI, al fine di ridurre la dipendenza da capitale extraeuropeo. Sono inoltre indispensabili valutazioni di impatto sociale ex ante per prevenire fratture sistemiche.L’era transumanista segna una transizione strutturale in cui: l’essere umano entra nell’architettura delle infrastrutture digitali, l’intelligenza artificiale rende la cognizione programmabile e la biotecnologia rende la biologia editabile. Il capitale rende entrambe scalabili.Nel XXI secolo, la sovranità non si esercita soltanto sui territori, ma sugli algoritmi, sui dati e sulla biologia.La questione strategica non è se il transumanesimo diventerà operativo. La questione è chi ne definirà le regole.* Marco Mizzau, già amministratore delegato e dirigente d’azienda italiano, è analista strategico con focus su geopolitica economica, intelligenza artificiale e dinamiche di potere globale. La sua attività di analisi si concentra sull’impatto delle tecnologie avanzate e dei modelli decisionali sulla competitività degli Stati, delle imprese e delle istituzioni, con particolare attenzione ai casi di Stati Uniti, Cina, Russia, Israele ed Europa. Scrive regolarmente su temi di sovranità tecnologica e competizione geopolitica. È consulente di fondi di investimento americani.