Ancora dazi Usa, ancora caos. Fino al blocco delle spedizioni. I balzelli commerciali voluti da Donald Trump, dopo che la sentenza della Corte suprema americana ha dichiarato illegali alcune delle tariffe, hanno portato allo sfogo di un imprenditore veneto che ha deciso di fermare tutto.“Abbiamo dovuto bloccare le spedizioni di saldatrici negli Stati Uniti perché è un momento di estrema confusione – dice a LaPresse Andrea Barocco, ceo di Stel, azienda del vicentino che produce saldatrici che con l’export verso gli Usa registra il 30% del fatturato – dopo quello che abbiamo sperimentato meno di un anno fa sulla nostra pelle abbiamo capito che in questi momenti bisogna restare fermi, perché non si sa cosa può succedere”.L’esperienza di quella prima fase di “dazi contro dazi”, di stop and go e di cambi improvvisi delle tariffe brucia ancora. “Nove mesi fa – continua Barocco – tutto questo è costato un milione di dollari di dazi aggiuntivi sulle importazioni alla nostra filiale americana”. Il ceo di Stel Group spiega cosa vuol dire prendere ora delle decisioni che riguardano il mercato americano dopo essere ripiombati nella totale incertezza: “E’ vero che la Corte suprema statunitense ha bloccato i dazi e da quello che ci risulta la dogana americana oggi ha smesso di richiedere le tariffe, però il problema è che ormai abbiamo capito che Trump se ne inventa sempre di nuove e potrebbe fare riferimento ad altre leggi costituzionali per andare avanti con le sue politiche commerciali” nonostante le sentenze dei giudici.“Ancora una volta Trump – rileva Barocco – continua a sostenere che i dazi vengono pagati dalle imprese che esportano, cioè dai Paesi stranieri. E questo non è assolutamente vero: chi paga i dazi sono le aziende americane. Ma questo non è ancora stato capito dal 90% della popolazione statunitense”.Le spedizioni di saldatrici della Stel, azienda nata nel 1979 a Castegnero (Vicenza), operante nel campo della progettazione e nella produzione di macchine per la saldatura ed il taglio ad inverter, attualmente sono ferme. “Non possiamo fare altro: non c’è certezza del diritto – riflette Barocco – nessuno sa oggi cosa avviene nel momento in cui si fa una spedizione e un container della merce arriva alla dogana statunitense. Noi non contiamo sui rimborsi”; troppe incognite, “per avere restituzioni delle somme ci devono essere ancora situazioni aperte e nella maggior parte dei casi quando la dogana chiude la procedura le cose non sono più rinegoziabili”.“Abbiamo cercato di spedire il più possibile nei momenti di relativa calma dei mesi scorsi – prosegue Barocco – noi quindi oggi abbiamo due o tre mesi di magazzino: rispetto a 9 mesi fa questa volta ci siamo premuniti, ma bisogna capire cosa avverrà. La cosa importante è che almeno la situazione si stabilizzi, perché dazi prima al 10%, poi al 15%, oppure che forse c’è, poi forse non c’è, è qualcosa di ingestibile. E così non si può più davvero andare avanti”.Insomma si profila un ‘caos dazi’ per le aziende italiane che esportano negli Usa tra rimborsi fantasma e nuove barriere, perché – è l’analisi di Francesca Placidi, avvocato e counsel di Pirola Pennuto Zei & associati, ragionando con LaPresse sulle implicazioni legali e contrattuali dei dazi per le imprese esportatrici – la sentenza della Corte suprema americana non significherà un diritto automatico alla restituzione del denaro versato per le tariffe.“La pronuncia – continua Placidi – riafferma la necessità di una base legislativa chiara per l’imposizione di misure tariffarie, ma non comporta, di per sé, un diritto automatico alla restituzione delle somme versate. La recente decisione della Corte suprema degli Stati Uniti, che ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti costituisce un passaggio di rilievo nella delimitazione dei rapporti tra potere esecutivo e competenze del Congresso in materia commerciale”.Su alcuni punti le imprese potrebbero incagliarsi: “La decadenza dai rimedi doganali per inosservanza dei termini, la mancata coincidenza tra soggetto formalmente legittimato e soggetto economicamente inciso, l’assenza di una chiara allocazione contrattuale del rischio tariffario e dei relativi benefici restitutori”. Quindi – prosegue Placidi – “la protezione dell’interesse economico dell’impresa non dipende esclusivamente dall’esito del contenzioso sulla legittimità delle tariffe ma dalla capacità di presidiare con rigore le procedure doganali e di strutturare contratti idonei ad assorbire l’alea normativa”. Il messaggio di Placidi è che “in un contesto di politica commerciale mutevole, la prevenzione giuridica resta il principale strumento di gestione del rischio”. E poi, “l’eliminazione della base normativa originaria non neutralizza il rischio tariffario in prospettiva, che può riproporsi attraverso strumenti alternativi previsti dall’ordinamento commerciale statunitense”. La vicenda mette in evidenza “la complessità dell’intreccio tra diritto doganale, responsabilità contrattuale e gestione del rischio regolatorio”, in un contesto di crescente instabilità delle politiche commerciali internazionali.Questo articolo Dazi, caos tariffe e spedizioni bloccate: lo sfogo di un imprenditore proviene da LaPresse