Storia di una conversazione tra amici giramondo

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di Cesare Scotoni –Premetto che, a differenza di un ministro italiano attualmente in carica, non conosco l’Iran moderno e che solo una volta, dieci anni fa a Derbent, ebbi occasione di una conversazione informale con un rappresentante di quel governo. Successivamente, in Georgia, in Turchia e poi a Milano, mi capitò più volte di sfiorare casualmente l’articolato e complesso sistema di relazioni e scambi costruito sui fiumi di denaro che, carsicamente, da decenni compensano l’export di petrolio iraniano, sostenendo continuativamente — e quasi esclusivamente — le ambizioni e il potere dei Guardiani della Rivoluzione.Ovviamente, in un Paese di grande tradizione, dove da sempre convivono pacificamente le Religioni del Libro, le informazioni circolano; e così riesce facile cogliere contrasti e contraddizioni in quello che l’informazione mainstream ci ha spesso rivenduto come un monolite dell’integralismo.Proprio per questo, lo scorso anno, in uno scorcio di primavera precoce, quando un amico inglese di consolidata esperienza internazionale mi invitò per una chiacchierata in un carinissimo locale di Knightsbridge, fui sorpreso da una sua domanda molto precisa: cosa stesse, a mio parere, accadendo a Teheran, dal punto di vista di un osservatore con qualche consuetudine con l’area dei Paesi BRICS.La mia risposta poteva forse sembrare banale, ma partiva proprio dallo squilibrio che l’afflusso dei proventi dell’export petrolifero nelle tasche dei Pasdaran non poteva non creare tra i diversi stakeholder della Repubblica islamica. Feci notare che, con quel fiume di denaro a disposizione, quella minoranza ben organizzata rappresentava da troppo tempo il principale fattore che impediva a quel grande Paese di uscire finalmente da un isolamento internazionale che, a quel punto, sembrava cercato solo da una parte per preservare quella rendita.Aggiunsi poi che, a mio parere, tra gli accordi con la Russia sulla gestione dei flussi di greggio, il collegamento ferroviario con Baku e poi da lì verso i porti di Poti e Batumi sul Mar Nero, gli scambi con la Cina e il ruolo della Iraqi Bank in Turchia, un’apertura era già nei fatti. Forse, dissi, era ormai interesse dell’area nel suo complesso voltare pagina rispetto alla corruzione che coinvolgeva parte dei Pasdaran e alle troppe sterili derive della rivoluzione khomeinista.Ebbi quindi modo di ribadire una mia sensazione personale: che con l’attacco del 7 ottobre 2024 anche lì “si fosse definitivamente rotto qualcosa” e che, concordandolo con i partner più interessati a evitare tempeste sulla produzione e sui prezzi del petrolio, a Teheran si fosse già deciso di uscire dall’angolo, arrivando perfino ad “appaltare” al Mossad il lavoro sporco necessario a indebolire gli avversari interni di quel cambio di paradigma.Portai alcuni esempi di “omicidi mirati” e prospettai come fosse interesse di tutti un ritorno ai mercati di un Iran indebolito, ma territorialmente preservato.La risposta del collega fu di tre parole: “It sounds good”.A dispetto della pletora di esperti del senno di poi che da giorni ci spiegano l’“atteso e imprevedibile attacco bis”, continuo a leggere gli eventi con l’ottica di undici mesi fa. E credo che, a scanso di equivoci, il “Grande Reset” che quattro anni fa ha lasciato l’Unione Europea nei pantani del Donbass passi anche da Teheran.E che vada più che bene a tutti, dal Caucaso al Golfo Persico, con il Corridoio di Zangezur che permette a Washington di sostituire Londra in quel quadrante.