Non si sta parlando d’altro, da un po’ di giorni a questa parte. Si sa: ormai è diventato molto più attraente parlare “attorno” alla musica che parlare “di” musica, e se poi questo chiacchiericcio implica anche aspetti pruriginosi e/o gravi tanto di guadagnato. Lo vediamo anche dai dati: quando parliamo di recensioni, presentiamo artisti poco conosciuti o eventi di profilo facciamo un certo tipo di numeri, quando affrontiamo meta-discorsi che sconfinano spesso e volentieri nel gossip e/o nella pubblica accusa questi stessi numeri si impennano. Se i media hanno le loro colpe, altrettante ne hanno i lettori con le scelte che decidono di fare. Vecchia storia, tra l’altro: i primi che si lamentano che “Non parlate più di musica, ma solo di gossip” sono quelli che non vedi mai fra i lettori o nei commenti quando si parla di musica davvero, e non di altro (e accade assai spesso).Dicevamo: non si sta parlando d’altro. In sintesi, nasce tutto dall’impennata partita dal profilo di Brad No Limit, dietro al quale si nasconde un ex agente dell’agenzia Steer. Il suddetto Brad ha lanciato una campagna che denuncia il comportamento tossico e sessualmente predatorio di molti artisti (in buona parte rappresentati da lui per il territorio nordamericano fino a prima del licenziamento): Shlømo, Basswell, Fantasm, Odymel, Carv. Altre accuse, molto meno gravi (ovvero, essersi comprati i follower), sono state lanciate verso Novah e Oguz), mentre altri ancora – NEEK, 6JOEU – prima sono stati messi in causa con un “Voi sarete i prossimi” e poi, per qualche motivo, derubricati con un “No, loro sono ok”. L’effetto di tutto questo è stato uno tsunami.Addirittura uno degli artisti coinvolti, Carv, ha annunciato tout court il ritiro dalle scene. Con grande onestà e spirito di responsabilità, ha ammesso di aver nel tempo mandato immagini esplicite assolutamente non richieste e di aver superato confini che non si dovevano superare, ferendo emotivamente molte persone – a partire dalla sua compagna. La conclusione di questa confessione è: “Il progetto Dj Carv termina qui”. Potete trovare tutto qui. Chiaro, non vogliamo fare di Carv un eroe, visto che i comportamenti inappropriati li ha tenuti lui e sono partiti da lui, ma ammettere di avere sbagliato e decidere anche di pagarne le conseguenze – tracciano implicitamente un filo rosso tra il lavoro da dj in ascesa e il perdere le redini del proprio ego e dei propri comportamenti – non è una cosa così da poco. Merita rispetto.Shlømo ha contrataccato in modo pesante, facendo intendere che Brad No Limit per primo è stato protagonista di comportamenti inappropriati (quindi, il senso sarebbe: tu non sei meglio di me, stai zitto), molto migliore e molto più intelligente la presa di posizione di Fanstasm. Il quale Fanstasm non si è certo risparmiato nel picconare la credibilità e la statura morale di Brad No Limit con argomentazioni simili a quelle di Shlømo (“Questo tizio di nome Brad a lungo è stato l’agente degli artisti di cui ora denuncia i comportamenti, e queste denunce arrivano solo dopo che è stato licenziato, non rapprensentandoli e non potendoci quindi guadagnare sopra di più. In più, lui stesso è stato più volte accusato di comportamenti inappropriati, ma ovviamente non lo dice”), ma la cosa più interessante, importante e significativa è quella che aggiunge dopo: “Con tutte queste polemiche ciò che viene silenziato è la voce delle vittime. Quello che dovremmo prima di tutto fare non è fare gara ad attaccare pubblicamente le persone, ma creare le condizioni affinché le vittime possano far valere i propri diritti con una denuncia ed un equo accertamento dei fatti e siano soprattutto messe a loro agio”. Potete sentire tutto quanto qui. Qui Fanstasm ha decisamente segnato un punto. Un punto che andrebbe scolpito nella pietra e che, indirettamente, viene ripreso da un post che ci è piaciuto molto nella pagina MeTooDjs, post che riassume alcune “regole d’ingaggio” molto importanti: no a testimonianze indirette e per-sentito-dire, no ad azioni e denunce pubbliche senza il via libera delle potenziali vittime, niente call-out pubblici. In una parola: “We are here for the victims”, siamo qui per le vittime, seguito da un “Please do not undermine or misuse their voice”, ovvero niente strumentalizzazioni per favore. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da @metoodjsC’è chi ha associato la pagina di Brad No Limit a quella di MeTooDjs, ma è stato lo stesso Brad onestamente a dire “No, io non c’entro, quello è un collettivo di persone ed è attivo da tempo”. C’è una differenza abissale, tra i due approcci. Brad No Limit, in maniera più volte sguaiata e secondo noi inappropriata, sembra farne una crociata ad personam, la pagina MeTooDjs è una chiamata alle armi per far emergere casi di aggressione sessuale e comportamenti inappropriati, per dare solidarietà alle vittime e per incoraggiarle a farsi avanti (“You are not alone”), per chiedere l’aiuto di psicologi, terapisti, avvocati che possano dare una mano a risolvere tutto – e a farlo per via legali, non attraverso l’informale, informalissimo “tribunale dell’indignazione” con tanto di messa in pubblica piazza delle persone da “bruciare”, che è uno dei veleni di internet e una delle sue derive neomedievali.L’argomento è molto serio. E molto importante. È troppo importante per strumentalizzarlo in un regolamento di conti contro una scena, quella hard techno attuale, che sta sul cazzo a tanti: perché spesso è superficiale, sguaiata, improvvisamente ricca, arrogante, perché non ha nulla della profondità socio-filosofica della techno originaria, perché, perché, perché. Ma ridurre tutto ad un techno “buona” vs. techno “cattiva” è una solenne scemenza, degna di un bambino di tredici anni e nemmeno dei più svegli; e farne in generale una questione di stile musicale, beh, lo è altrettanto. Il problema sta semmai – ed è questo il punto – nel quando un ecosistema musicale inizia ad essere in improvvisa ascesa e a generare quindi una montagna di esponenziali profitti, dando l’illusione a molte persone che i soldi e la bella vita possano guadagnare l’impunità e diano il diritto a fare come cazzo ti pare, considerando ciò che si desidera come degli oggetti, come dei capricci da soddisfare immediatamente costi quel che costi.E se questa è una dinamica che tocca tutti i settori, quello del clubbing dovrebbe porci il triplo dell’attenzione. Non nascondiamolo. Questo perché è un settore che si basa sulle emozioni, sulle passioni, sull’eccitazione emotiva ed anche fisica; è un settore che nasce da un’esigenza – notare bene sacrosanta – di “liberazione” di modo da sfuggire alle costrizioni della routine, degli obblighi imposti e dei luoghi comuni; tutto questo implica che il rischio di perdere il senso della misura e del rispetto, e di farsi governare dai sensi diventando inappropriati se non proprio laidi, è sempre dietro l’angolo. Figuriamoci quando poi entrano in campo i soldi tanti e facili: e la club culture è diventato uno dei principali “acceleratori d’impresa” per gente sveglia, intraprendente e magari pronta a non farsi troppi scrupoli, maschi o femmine che siano, etero o cis che siano.Il problema sta in quando un ecosistema musicale inizia ad essere in improvvisa ascesa e a generare quindi una montagna di esponenziali profitti, dando l’illusione a molte persone che i soldi e la bella vita possano guadagnare l’impunità e diano il diritto a fare come cazzo ti pare, considerando ciò che si desidera come degli oggetti, come dei capricci da soddisfareNoi però crediamo che esattamente come il ballo e la club culture sono stati all’avanguardia in una serie di trasformazioni sociali, di lotte per i diritti e di innovazioni estico-estetiche, e lo sono stati, anche ora lo possono essere in una battaglia sacrosanta: quello di una parità nei rapporti fra le persone destrutturando rendite di potere e di una civiltà che sia del consenso reciproco e non della prevaricazione più o meno esplicita. Il clubbing, molto più, molto meglio e molto prima di altri settori, proprio perché “danza” sul crinale delle passioni libidinali, può arrivare a toccare questi argomenti, trovando la giusta chiave per declinarli in maniera “alta”.Se però pensiamo che l’unico modo per arrivare a tutto questo siano le gogne pubbliche verso questo o quell’altro (che siano persone, che siano scene, chi sia quello che volete voi) e le fiammate d’indignazione via internet, non abbiamo capito un cazzo – scusate la franchezza. Il punto più importante non è rovinare la carriera di Shlømo o chi volete voi perché gira voce che è uno strupratore ed una persona orribile con le donne, ma far sì che queste donne sappiano che se subiscono comportamenti inappropriati devono essere nelle condizioni di sentire subito supporto intorno a loro – pratico e morale – e di andare quindi subito a denunciare presso chi di dovere i comportamenti suddetti.Non viviamo nel paese degli unicorni: sappiamo che spesso gli organi competenti – per pigrizia, per pregiudizio, o semplicemente per carenze d’organico – fanno cadere queste denunce, fanno sì che alla fine non portino a nulla; così come sappiamo che il primo gioco difensivo degli accusati è delegittimare gli o le accusanti, montando una cortina fumogena in cui non si capisce chi è il vero colpevole e chi la vera vittima. Ma proprio per quest’ultimo motivo dobbiamo imparare ad essere molto, molto, molto lineari e molto, molto, molto, chiari nelle linee guida per gestire casi di questo tipo. Cosa che Brad No Limit non è stato in alcun modo (anche se ha avuto il merito di sollevare il caso specifico e rinnovare così l’interesse attorno alla questione, questione che lo ripetiamo è assolutamente centrale), mentre l’approccio di MeTooDjs ci pare molto più calibrato, sensato, consapevole, efficace. E se si trova una pratica chiara, lineare e condivisa, beh, anche per le autorità della giustizia diventerà più difficile minimizzare e chiudere un occhio: fidatevi. Anche perché oggi, per fortuna e grazie a una serie di battaglie sociali sacrosante, ci sono molti più strumenti legislativi rispetto a dieci o vent’anni fa.Mettiamocelo in testa: è una battaglia che ci riguarda tutti e tutte. Perché anche quando non siamo noi direttamente protagonisti o protagoniste di comportamenti inappropriati, spesso la cosa più facile è non vederli quando accadono – o restare zitti nel denunciarli per evitarci delle seccature. È capitato a tutti e tutte questo. Anche a chi scrive, ed anche a voi che state leggendo: di nuovo, il punto non è individuare dei colpevoli “che l’hanno passata liscia” e punirli in modo esemplare e draconiano, ma sviluppare una nuova consapevolezza collettiva che rende semplicemente odioso e riprovevole abusare delle persone – anche solo con una mail, con una pacca sul culo, con una frase fuori luogo.L’ultima notizia in ordine di tempo è che molti artisti stanno scegliendo di non essere più rappresentati da Steer, l’agenzia prima indiziata da questo scandalo montato da un suo ex associato, così come molti degli artisti finiti nell’occhio del ciclone siano sempre depennati da varie line up di club e festival (vedi in Italia il caso del Sound Department): ok, ma questo non deve essere l’obiettivo o la conseguenza finale di tutto quello che è successo, ma solo un primo passo di un viaggio ancora lunghissimo e in cui tutti e tutte dobbiamo sentirci coinvolti.Sennò tutto questo non serve a un cazzo, e il nostro mondo – non la hard techno: tutto l’ecosistema del clubbing – resterà ancora pienissimo di persone di merda. Impunite.The post Il “Me Too” della hard techno è una questione importante: non buttiamolo in gogna appeared first on Soundwall.