Il 2026 è iniziato con una nota dolente per quanto riguarda l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. La recentissima legge 198/2025 “Misure urgenti per la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre scorso, ha modificato, in modo rilevante, la precedente legge 68/1999 sul collocamento lavorativo obbligatorio, generando non poche perplessità.Una riforma a livello normativo risultava alquanto urgente già da tempo, considerati i dati emersi dall’ultima Relazione del Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999, predisposta nel 2023 dal Ministero del lavoro e INAPP, secondo i quali negli elenchi del collocamento obbligatorio ci sono 880.997 persone con disabilità disoccupate, 49.959 avviate al lavoro e 59.977 assunti di cui solo il 58,2% con un contratto a tempo indeterminato.Le modifiche apportate dalla legge 198/2025, rispetto alla precedente normativa riguardano essenzialmente tre aspetti: la quota delle assunzioni dei dipendenti con disabilità in base a quelle degli altri lavoratori sale al 60%; si amplia anche il raggio dei soggetti con cui poter stipulare le convenzioni, oltre alle cooperative e alle imprese sociali sono ammesse le realtà del terzo settore e le società benefit; la persona disabile può essere dislocata presso un altro operatore economico, rispetto a quello che lo assume direttamente.Queste novità che in apparenza possono essere considerate dei vantaggi, sono state oggetto di diverse critiche. Infatti, se da un lato, la possibilità di stipulare le convenzioni con più soggetti, porta a una crescita delle assunzioni dei lavoratori disabili, dall’altro c’è il rischio che non tutti gli ambienti di lavoro siano idonei per loro. In particolare, le società benefit danno le preoccupazioni maggiori, in quanto si discostano molto dagli enti del terzo settore, le cui mission sono l’inclusione, la formazione e il supporto; pertanto, sussiste la paura che le stesse società non abbiano le competenze necessarie e la volontà per “accompagnare” le persone con disabilità nel loro inserimento lavorativo. Preoccupa anche il fatto che i dipendenti disabili possono essere dislocati in altre realtà minori, una possibile forma di discriminazione, a discapito di una vera inclusione. Considerati tutti questi fattori a rischio, c’è il serio timore che gli sforzi fatti, in questi anni, per una vera inclusione vengano vanificati.Oltre a queste perplessità inerenti alla nuova legislazione, c’è un dato di fatto per nulla confrontante: il 60% delle società profit (e in alcune Regioni si arriva al 70%), risulta non essere in regola per quanto riguarda il collocamento obbligatorio e preferiscono pagare le sanzioni relative. “Possiamo discutere di percentuali e convenzioni, ma la vera sfida è un’altra: l’inclusione lavorativa non è un evento, è un processo – afferma Giovanni Ferrero, direttore di CPD – Consulta per le Persone in Difficoltà di Torino -. Alcune persone con disabilità avranno bisogno di supporto continuo, non solo all’ingresso ma nel tempo. Se lo Stato non presidia il “durante”, la norma rischia di produrre collocamenti formali ma non inclusione reale. Il lavoro non è beneficenza, né delega: è responsabilità condivisa e accompagnamento stabile”.