"Finché su questa Terra ci saranno plaghe inesplorate, il dottor Lumholtz non si concederà riposo, ma sulla meta della prossima grande spedizione il dottor Lumholtz resta muto come una sfinge”. Come tutti i geni anche i sedicenti tali, i pazzi anche non diagnosticati, i narcisisti più o meno patologici (ora di ahimè stringente anche se tardiva e impotente attualità), l’antropologo ed esploratore norvegese Carl Lumholtz ambisce alla mitografia ma ha le sue giustificazioni perché la storia lo ha eternato come un incrocio tra un esploratore famoso in tutto il mondo e un eroe in patria, protagonista di una vita da romanzo d’avventura sospesa tra i continenti: quattro anni in Australia, quasi due decenni tra Stati Uniti e Messico, due esplorazioni nel Borneo. Ha sessantuno anni ed è al cospetto del corrispondente londinese dell’Aftenposten, in uno di quei circoli per gentiluomini che ha l’abitudine di frequentare, il Royal Society Club di Piccadilly, bazzicato peraltro anche da Nansen e Amundsen. A caccia di soldi per le sue spedizioni “cerca di impressionare il giornalista, e a giudicare dal tono ci riesce” scrive lo scrittore connazionale, Morten A. Strøksnes, che gli dedica una ponderosa biografia in romanzo e reportage di viaggio scritta come un riconoscimento all’ingegno e all’intraprendenza. Ma partiamo da quando ha inizio questa prodigiosa carriera sospesa tra gli aborigeni del Queensland, i rarámuri e i wixárika del Messico, i dayak del Borneo: Lumholtz ha trent’anni e conduce una vita senza prospettive a Lillehammer dopo la laurea in Teologia nel 1876 all’Università di Christiania. Ma la sua dote di cacciatore e tassidermista lo conduce, su committenza dell’Università di Oslo, in Australia nel 1880, con l’intento di catturare e mandare in Norvegia quanta più fauna imbalsamata possibile. Siamo nell’epoca in cui stanno nascendo musei naturalistici un po’ ovunque e lui si fa ingaggiare nell’impresa. Ne Il fantasma di Lumholtz, Strøksnes lo segue nei viaggi e negli incontri come quello proficuo con il controverso scopritore di Troia Heinrich Schliemann. Lumholtz si scopre etnografo, curioso di “cinefotografia” e pioniere della cosiddetta “osservazione partecipante” e, nonostante il retaggio eurocentrico (come scrive Strøksnes “è figlio del suo tempo. Descrive gli aborigeni come avidi, ingrati, ostili, imbroglioni, bugiardi, pigri, impulsivi e potenziali assassini. Però poi, via via che li conosce, ritratta”) e una campagna in Messico che sembra “militare”, ci ha consegnato testi preziosi sulle esperienze tra le popolazioni native. Morten A. Strøksnes Il fantasma di Lumholtz Iperborea, 768 pp., 23 euro